Il CDTV II parte
Capitolo Primo 1 Recensione »
a fabbrica di cerotti, il capannone di via Sant’ Uguzzone divenne un Centro Ricreativo Culturale. Trecentocinquanta metri quadrati piastrellati di anti gelive rosse, distribuiti su una superficie rettangolare di dieci metri per trenta. Per trovare i cinquanta metri quadri mancanti, bisogna entrare dall’ingresso su strada, percorrere il locale fino a tre quarti della sua lunghezza e voltare il viso alla propria destra. Eccoli lì, tutti impegnati a formare un piccolo priveè, accessibile discretamente anche dal retro.
Sotto questa ragione sociale che permetteva un’evasione fiscale praticamente totale, il gioco d’azzardo proliferò tanto quanto la discendenza di Abramo.
Nel giro di pochi mesi il proprietario bruciò il Centro Ricreativo Culturale sul piatto di una mano di ramino, dopodichè inzuppò il suo fegato di amaro digestivo, i suoi polmoni di tabacco senza filtro, il suo naso dell’ultima botta di coca misto mannite rimasta a strisciare indisturbata fra il Re di quadri e l’Asso di bastoni; pompò nel suo cuore sangue saturo di innumerevoli pillole anticoncezionali prescritte a sua moglie; nella sua mente futuri alternativi che avrebbe preferito giocavano incessantemente incredibili carte vincenti, trascinandolo verso la follia. Tirò le cuoia solo dopo aver tremato una firma sull’atto di cessione, con gli occhi inzuppati di lacrime, lasciando una vedova da consolare ed una figlia ancora da istruire.
A bilanciare questa enorme tragedia, la felicità incontenibile del vincitore, il quale, restando fra noi senza contraddittorio, cominciò a scrivere la storia del luogo, intitolando la sua recente eredità “Il Club Dei Tavoli Verdi”, un omaggio al gioco, grazie al quale ne entrò in possesso. Arredò il privee con sei ampi tavoli rotondi dal pianale fatto di marmo spesso tre centimetri e ricoperto da un panno di velluto verde. Fece incidere sul bordo di ogni tavolo la scritta “La tua Morte, la mia Vita”, in italiano, perchè chiunque fosse in grado di comprenderla al volo ed afferrasse senza equivoco il serio senso dell’azzardo che veniva allegramente praticato attorno a quelle pietre.
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