Il Club dei Tavoli Verdi
Capitolo Primo August 11th, 2007
on ho nulla di personale contro il ghiaccio nel brandy, vodka, scotch, bourbon, cognac, rhum e gin. E grappa e amaro. Varrebbe anche per la tequila, ma solo se la stai bevendo ad ovest del Quintana Roo compreso. Altrove non berla, non ne varrebbe la pena.
Sono anche astemio, per cui potrei benissimo occuparmi esclusivamente dei cazzi miei. E’ solo che il ghiaccio annacqua il motivo per cui stai bevendo quello che bevi. Sarebbe come stordire una ninfomane con del sonnifero prima di lasciarsi prosciugare le energie.
E’ una regola largamente diffusa, ma il commissario ci mette del suo: nonostante condivida, asserisce che il ghiaccio è valido se si pensa al brandy come aperitivo.In effetti anche il sonnifero è valido se pensi come un necrofilo.
Il Nucleo Anti Sofisticazioni è dunque del pensiero che si dovrebbe occupare prima che di merceologia, così come era al tempo di Socrate.
Qualunque ora canti il gallo, il commissario è sempre alle prese con un appetizer, confermando una regola grazie ad un’eccezione.
Poggia il sedere su uno sgabello, alto tanto che i piedi non toccano terra, i gomiti piantati al massiccio bancone di legno che occupa tutto il lato lungo della sala quasi rettangolare. Stringe il bicchiere a due mani come un cliente qualsiasi, e quando non guarda il futuro annacquato sul fondo di vetro, alza di poco la testa guardandosi le spalle attraverso il grande specchio orizzontale, inclinato sopra il mobile dei plotoni di bottiglie da battaglia.
Su quello specchio scorre in diretta il film di tutte le scollature che generosamente si lasciano riprendere come se fossero inquadrate dall’alto; di pupille in pupille, magari sconosciute, magari le proprie, lo sguardo ci rimbalza dentro alla disperata ricerca di conferme. I minimi dettagli di ogni istante di questo luogo passano su quel vetro senza memoria.
Sono le ventidue circa, è venerdì, è Giugno. Qualche cliente pagante già occupa il tavolo.
Mario è fuori, non entra mai. Tiene banco circondato da cinque o sei fumatori sprovveduti, impreca contro i testimoni di Geova e spiega come la Cia si stia servendo di Scientology per infiltrarsi nella Jacuza e scatenare una guerra mondiale fra mafie per lucrare sul traffico di reni.
”Amanda e la banda”, il gruppo in stile Janis Joplin che si esibisce stabilmente in questa topaia che una volta fu il Glorioso Club dei Tavoli Verdi, è sul palco a fare il sound check, coadiuvato da Salvatore che troneggia nel gabbiotto del banco mixer, situato subito dopo la cassa, all’ingresso.
Il sound check serve sostanzialmente a tre cose: la prima è sperare che esca almeno un suono decente da un impianto pietoso; la seconda è sperare che ciò perduri per tutto il concerto; la terza è sperare che il poco pubblico presente ottenga un’immagine professionale di ciò che si sta facendo.
Speranza. Morendo per ultima, ci seppellirà tutti.
Marcello esce dall’ufficio e raggiunge il commissario.
“E’ morto anche Caltagirone”.
“Lo so, ho dovuto presenziare al funerale questa mattina”.
“Mannaja. Chi c’era?”
“Quasi tutti”.
“Mannaja. Io non c’ero”.
“I presenti se ne sono accorti. Pare abbiano avvertito di più la mancanza del defunto”.
“Mannaja. Io ai funerali non ci vado”.
“Fai bene. Prima o poi, comunque…”.
“Cazzo. Speriamo poi, mannaja! Comunque, mi hanno detto arresto cardiaco. Fosse stato ictus, mannaja. Ne ho fatti due e cado ancora in piedi”.
“L’hanno detto a te come l’hanno detto a me. La moglie è avvelenata di rabbia. Al funerale mi ha voluto raccontare che è morto contento. L’ha trovato con la faccia sorridente, nel letto sciupato, nudo, pulito e profumato”.
“La mannaja. Meglio, no?”.
“Non saprei. E’ morto. E’ sepolto. La moglie ha scoperto l’altro ieri che andava a puttane da sessantacinque anni. Non è reato, oramai. Non è stato aperto alcun caso ma lei vuole sapere perchè rideva, e siccome non può chiederlo a lui, lo chiede a me, in carta bollata”.
“Mannaja. A proposito, devo rifare il passaporto. Trovi quello scaduto in ufficio, sotto il fondo cassa. Vado, ci vediamo domani sera”.
Qualche persona sosta all’ingresso per diventare cliente. Il commissario abbandona lo sgabello, si reca in ufficio alla postazione del cassiere e comincia a staccare biglietti. Prima consumazione compresa.
Da oltre dieci anni il venerdì ed il sabato sera il commissario lavora come cassiere al Club dei Tavoli Verdi. Frutto del genio del boss, il quale dopo il primo ictus cerebrale ha cominciato a perdere qualche colpo, metà corpo quasi paralizzato, la bocca immortalata in una smorfia, il ragionamento rallentato. Dopo il secondo si è rimesso miracolosamente in sesto, anche se l’età reclama il naturale invecchiamento che le spetta.
Bisogna sempre viaggiare nel tempo per capire come e perchè le configurazioni e gli equilibri così mobili, fuggenti e precari di ogni presente siano oltremodo frutto di convergenze e mancanze e tragedie fortuite ed eccezionali. E siccome non è concesso spiare il futuro meno prossimo da un riflesso nello specchio del bancone, nè tantomeno interpretando le eresie di Mario, per trovare un senso la memoria ringiovanirà la scena accompagnandoci per breve nel passato, sempre ch’ essa non sia stata troppo compromessa, nel frattempo, da droghe, alcool o i ricordi stessi.
La topografia non è variata di molto. Quindici anni fa circa Sesto Marelli giaceva sul confine come oggi. La meteorologia, identicamente grigia. Qualche ettaro di prato si trasformerà in grattacielo basso solo qualche anno più tardi. Il tragitto per raggiungere il Club dei Tavoli Verdi è rimasto tale e quale: s’imboccava viale Marelli in direzione Milano, e lo si lasciava cambiare nome in viale Monza per pochi metri, per poi girare a destra in via Sant’Uguzzone. L’unico faro acceso in fondo alla strada illuminava l’ingresso del Club. Molti preferivano avvicinarlo per la più discreta via Breda, provenendo da Greco. In fondo, prima del parchetto, a destra.
Parcheggiare.
Quel parchetto non era organizzato a misura di bambino, con i giochi, i vialetti ciclabili, il verde rasato, le fontanelle di acqua potabile. Era più che altro una sterpaglia incolta, molto intima, a misura di sesso notturno all’aperto, a piedi, svelto e occasionale, mentre la fotosintesi clorofilliana si stordiva respirando la diffusa fragranza di hashish dal classico e caratteristico retrogusto copertone bruciato.
Negli anni ottanta era una leggendaria foresta frequentata da eroinomani. Si diceva giocassero a freccette con le siringhe appena usate. Le lanciavano contro la corteccia degli alberi, dove le lasciavano infilzate, pronte per il prossimo viaggio.
Ciò che la società definì “risolvere il problema dell’eroina a Sesto Marelli”, Sesto Marelli, all’unisono con tutto il resto del mondo, lo chiamò “pippare cocaina”.
Eraclito chiese attendendosi una risposta affermativa, e non a torto, se per caso qualcosa fosse mutato. Parmenide, a ragione, rispose con molto tatto spiegando che no, complessivamente tutto restava così com’era prima.
Il fatto, voglio dire, è perfettamente in linea con qualche principio della termodinamica che conserva il divenire, entropia compresa, all’interno di un perimetro chiuso ed isolato; è concorde con il rapporto che il lupo illusionista intrattiene con il proprio pelo ed il proprio vizio, con Penelope che prende per il culo i Proci mentre Ulisse va a comprare le sigarette, con Dorian che scarica il barile sul vecchio disegno, con Darwin che seleziona ciò che passa il convento, con la cenere che fummo e la cenere che saremo, con il purgatorio della reincarnazione, con la fede nella resurrezione.
E’ il modo in cui lentamente evolviamo senza mai cambiare definitivamente, magari deteriorando.
One Response to “Il Club dei Tavoli Verdi”
Leave a Reply
You must be logged in to post a comment.


August 13th, 2007 at 2:12 pm
[…] Ho pubblicato una nuova pagina suddivisa in due parti, a proposito di quello che accadde al Club Dei Tavoli Verdi, alcuni anni […]