Il CDTV II parte
Capitolo Primo August 11th, 2007
a fabbrica di cerotti, il capannone di via Sant’ Uguzzone divenne un Centro Ricreativo Culturale. Trecentocinquanta metri quadrati piastrellati di anti gelive rosse, distribuiti su una superficie rettangolare di dieci metri per trenta. Per trovare i cinquanta metri quadri mancanti, bisogna entrare dall’ingresso su strada, percorrere il locale fino a tre quarti della sua lunghezza e voltare il viso alla propria destra. Eccoli lì, tutti impegnati a formare un piccolo priveè, accessibile discretamente anche dal retro.
Sotto questa ragione sociale che permetteva un’evasione fiscale praticamente totale, il gioco d’azzardo proliferò tanto quanto la discendenza di Abramo.
Nel giro di pochi mesi il proprietario bruciò il Centro Ricreativo Culturale sul piatto di una mano di ramino, dopodichè inzuppò il suo fegato di amaro digestivo, i suoi polmoni di tabacco senza filtro, il suo naso dell’ultima botta di coca misto mannite rimasta a strisciare indisturbata fra il Re di quadri e l’Asso di bastoni; pompò nel suo cuore sangue saturo di innumerevoli pillole anticoncezionali prescritte a sua moglie; nella sua mente futuri alternativi che avrebbe preferito giocavano incessantemente incredibili carte vincenti, trascinandolo verso la follia. Tirò le cuoia solo dopo aver tremato una firma sull’atto di cessione, con gli occhi inzuppati di lacrime, lasciando una vedova da consolare ed una figlia ancora da istruire.
A bilanciare questa enorme tragedia, la felicità incontenibile del vincitore, il quale, restando fra noi senza contraddittorio, cominciò a scrivere la storia del luogo, intitolando la sua recente eredità “Il Club Dei Tavoli Verdi”, un omaggio al gioco, grazie al quale ne entrò in possesso. Arredò il privee con sei ampi tavoli rotondi dal pianale fatto di marmo spesso tre centimetri e ricoperto da un panno di velluto verde. Fece incidere sul bordo di ogni tavolo la scritta “La tua Morte, la mia Vita”, in italiano, perchè chiunque fosse in grado di comprenderla al volo ed afferrasse senza equivoco il serio senso dell’azzardo che veniva allegramente praticato attorno a quelle pietre.
Fece costruire un muro fra la sala principale ed il privee, con il quale consolidò fisicamente l’intimità promessa dal nome affibbiato in precedenza al vano.
Una porta ne garantiva l’accesso, previo autorizzazione di novanta chili di stupidi ed obbedienti muscoli in doppio petto assunti all’uopo. Il personale del bar e servizio ai tavoli vi accedeva in modo semplice e discreto percorrendo il bancone lungo la sala e curvando a destra nello spazio privato, dove, in proporzione, poca gente sporcava molti bicchieri.
Ereditò anche la vedova e l’orfana. Dette un lavoro nel locale alla prima, assicurò il periodo liceale alla seconda, cosa che gli permise in breve tempo di scoprire quanto la prima avesse costante bisogno di essere consolata. Come sua moglie, del resto, ma questo non lo scoprì forse mai.
I clienti cominciarono ad affollare la sala. Mario, giusto fuori l’entrata accettava prenotazioni e si divertiva come non mai. Un occhio alle rughe della mano, un altro vigile ed aguzzo verso l’ingresso sul retro, dove il silenzioso via vai regolava la densità del privee.
Tutti venivano al Club dei Tavoli Verdi. Studenti ed impiegati e giovani di ogni genere, belle ragazze ed anche brutte. Non si faceva selezione all’ingresso, l’ambiente era molto rilassato e per niente impegnativo, ed è per questo che tutti si divertivano.
Altra storia il privee, dove l’atmosfera alle volte obbligava i frequentatori a recarsi per un paio d’ore in una struttura dotata di camera iperbarica per dissolvere il rischio embolia. Ciononostante, tutti frequentavano il privee, e quando dico tutti, dico dal Presidente della Provincia di Milano in giù, ma a volte anche in su.
I grandi costruttori, sindaco, assessori, esponenti dello sport, imprenditori, dirigenti di banca, personaggi televisivi, persone influenti, tirapiedi e tutto l’indotto.
Come dei ladri al buio, le persone più in luce in società passavano dal retro e sedevano attorno al marmo per giocare, bere, pippare cocaina, desiderare la donna d’altri. Maestra nel farsi desiderare, la donna d’altri stazionava nei pressi, in attesa che qualcuno, prima o poi, la ponesse sul piatto, dopo aver esaurito gli appartamenti, le liquidità, per riscattare l’accantonamento necessario a mandare i figli all’università. Tutte le sere di tutti i giorni, la tua morte la mia vita.
Nel vortice di questa eterna dicotomia le ricchezze, le dignità, le donne, i dna, passavano di mano in mano, di pianto in riso, di perdente in vincitore, inventando un nuovo diritto. Probabilmente ricostruire l’albero genealogico di un cliente abituale avrebbe creato grave imbarazzo.
Comunque, come era solito esclamare un mio compagno di terza liceo, oggi stimato avvocato, fosse sempre così, fosse bello.
Si infilarono in sala nel modo più naturale e silenzioso che io ricordi di aver mai notato. E Mario lo sapeva, lo avvertiva, doveva accadere. Assunsero il controllo di ogni cosa. L’alcool, la droga. La mazzetta. Più alto era il piatto, più elevata era la tassa, più volte la vedova dovette concedersi, anche per allontanare la figlia dai quei marmi che sembravano lapidi.
Il capo perse il controllo del Club nel giro di due solstizi.
E’ il modo in cui lentamente evolviamo senza mai definitivamente cambiare, casomai deteriorando.
Club dei Tavoli Verdi, vedova e orfana vennero ereditati da esponenti della malavita organizzata cinque volte in tre anni, a volte per una mano vincente, altre per stondare bilanci spigolosi.
L’ultima fu fatale. Si stava esagerando. Si esagerò. Si deteriorò.
E’ leggenda, le fantasie, le notizie, le ridicole idiozie, le paraboliche certezze su quella sera, su chi fossero i presenti, su chi sedeva attorno al tavolo, su cosa accadde realmente non si contano nell’insieme dei numeri reali.
Il commissario irruppe verso le quattro del mattino e ciò che vide lo custodisce gelosamente bene impresso sotto le retine dei suoi occhi castano scuro.
La vedova giaceva spenta su uno dei tavoli freddi, usata, sciupata e rotta irreparabilmente, morta fuori e morta lacerata dentro. Tutta la scena andava oltre ogni controllo fisico, e ferma e immobile e di pietra.
I giocatori cotti sui divani, sporchi e nudi e pieni di tutto fino ai capelli per coloro che ancora ne contavano. Alcune donne d’altri, con altri bruciavano le ultime energie non curanti del blitz, tenendo sotto lo sguardo attento ed avido dei loro gemiti le scarse righe di coca che si confondevano con le venature dei marmi. Qualche sveglio tirapiedi tentò invano la fuga. Un tizio schiantò sul pavimento d’infarto e alla moglie dal trucco sciolto prese una crisi isterica di risa, forse per il dolore, forse per la contentezza che quel tempo malato avesse trovato finalmente una fine.
L’orfana fu l’unica che riuscì a dissolversi come una gazzella. C’era, e scappò via, via da quelle sere balorde, via dagli uomini in divisa, via dagli uomini senza niente addosso, col naso, i polmoni, il sangue pieno di quella cosa bianca che le faceva battere il cuore e vedere chiaro e reagire al volo, e soffrire sotto la morsa d’acciaio di tutte quelle carni vecchie e avide e bavose e flaccide senza che si stancasse, e correre, correre senza lacrime nuda a piedi nudi per il parchetto dei tossici senza fermarsi e senza affanno, fra gli alberi nudi come fantasmi, fra gli alberi in divisa che la inseguono, e rendersi invisibile sotto le luci della grigia metropoli, senza che nessuna polizia la rivide mai più.
Scappò via vestita soltanto dell’immagine di sua madre che regalò mille volte la sua vita e morì una volta di troppo, definitivamente, nel vano tentativo di far sopravvivere la figlia. Questo pensava mentre correva. Sopravvivere a questo schifo con ogni mezzo. Seppellire la madre che la concepì tutte le volte che venne posta avanti, sul piatto, in nome di un tacito debito mai contratto e mai saldato.
La tua morte, la mia vita.
I giornali non riportarono la notizia. Le persone importanti insabbiarono la faccenda oliando e oliando e oliando, in modo che lo sporco scivolasse via dai loro manifesti. Divorziarono in parecchi, certo. Una decina di balordi, bassa manovalanza malavitosa, si beccarono trent’anni con la benedizione dei vertici che sparirono dalla piazza.
Il club rimase sotto sequestro diverso tempo, e venne rilevato per pochi soldi da Marcello, un intellettuale amico del commissario, proveniente dagli ambienti del grande jazz di Milano. Visti i trascorsi del locale, investì il commissario del servizio d’ordine, il quale accettò il mandato come una missione, una promessa, un debito.
Fece distruggere il muro del privee, ma per il resto non toccò nulla. I tavoli verdi sono ancora lì, fregiati sul bordo dalla massima lapidaria. Allora il Club potè ricominciare a splendere come una cometa. L’ambiente ripulito ci mise un anno pieno a carburare, poi la sua musica dal vivo cominciò ad attirare tutti gli studenti e tutte le studentesse universitarie della città e provincia. Ogni sabato sera era come assistere ad un concerto allo stadio di una delle più grandi rock band della storia, e non c’era posto per le auto, e non c’era fisicamente possibilità di far entrare altra gente, così che si creava una massa fuori dall’ingresso tanto che Mario era costretto a fare gli straordinari con gli oroscopi. Proliferarono le relazioni, le amicizie, gli amori, le promiscuità, il sesso da parchetto, il sesso del bagno, gli spinelli che ancora la gente crede si trattasse veramente di marijuana, le risse sedate dal commissario, le innocue retate. Il tutto senza che fosse investito un solo centesimo.
La vita procedette e la curva del Club dei Tavoli Verdi cominciò a flettere in modo naturale, semplicemente invecchiando.
In dieci anni non venne ristrutturato nulla. Il bagno è stato lasciato cadere a pezzi. Le band sono invecchiate suonando su quel palco. Il palinsesto è sempre lo stesso. Conosco tutti i modi in cui si può suonare Proud Mary, e conosco a memoria tutti i modi in cui tutti i musicisti che suonano al Club la eseguono. Conosco a memoria tutti i modi in cui ogni band esegue il proprio repertorio.
A memoria.
Durante questo tempo non si faceva l’alba giocando d’azzardo.
Si parlava di donne, di cornuti, di perdenti, di vincitori, delle mani memorabili ed incredibili di ramino, di politica, religione, società, delle vite e delle morti e delle prigioni e, a volte, di quella sera.
Si ricordava e si ricorda ancora.
L’apice lo si raggiunge quando La Persona Informata dei Fatti si degna di sostare in sala dopo aver corroborato in abbondanza la sua lucidità con corruttivi alcoolici o gassosi, anche dopo che il capo ha controllato il cassetto e sottopagato il personale.
Le storie ed i ricordi attraversano la sua mente e quando trovano l’uscita orale assumono la forma della Filosofia.
E’ il fondatore naturale di una scuola di pensiero, tanto che i clienti cominciarono ad appellarlo il Magnifico Rettore tempo addietro e gli abituali siedono per assistere alle sue lezioni, a volte in prosa, a volte in endecasillabi nativi, sul modo in cui ci illudiamo di evolvere senza che nulla cambi, magari accelerando la degenerazione delle cose, e sul singolare comportamento che il genere umano istituisce durante qualsiasi interazione, ponendo sul piatto del tavolo di marmo ogni sorta di bene pur di riuscire a raggiungere ogni sorta di idiozia che si fosse prefissato.
Il commissario in ufficio chiude i conti ed i battenti ed esce dal locale.
Attraverso i vialetti del parchetto, raggiunge la sua automobile e si avvia verso l’insonnia che infesta il suo letto.
Mario lo spia col sopracciglio sinistro, semplicemente inarcandolo, mentre continua a leggere una mano con le unghie alla francese e senza anelli.
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August 11th, 2007 at 6:54 pm
[…] …Continua… […]