Mario è un clochard.
Non lo è sempre stato, lo è diventato. Prima era un barbone in attesa che la gente del quartiere si alfabetizzasse.
E ancora prima di essere un barbone nacque e crebbe e parecchio. Si dice che studiò con profitto, diventò architetto. Si dice altresì che il suo divenire rallentò quasi fino alla stasi a causa di affari di cuore. Tipico.
Il partner passa magari anni a frantumarti le palle e meno di un secondo a frantumarti il cervello, sparendo. E così, anche grazie a questa storia, i nativi lo hanno promosso al rango di clochard.
Noi, tutti noi nativi del globo, siamo tutti arrivisti scalatori sociali.
Dunque si può affermare con discreta certezza ed assoluta discrezione che Mario sia un uomo arrivato.

Si muove per lo più in bicicletta. Ritengo che la bicicletta sia un fattore aristocraticizzante. Busto eretto, ginocchia all’infuori, pedalata ipnotica.

Ha uno sguardo magnetico come la luna crescente, una voce ed una cadenza stordente, una dialettica abbronzante, come il sole delle quindici del quindici agosto che ti piastrifica sull’ asfalto sciolto bollente di queste vie.
Estirpa alla radice ogni bulbo pilifero dal tuo corpo con solfuro d’arsenico e poi fatti un quarto d’ora di chiacchiere con Mario.
Torna a casa e guardati allo specchio.
Ti sarà ricresciuta la barba, i peli sulle spalle, schiena, braccia e gambe. E pube.
E culo.
Avrai le meches.

Ed avrai anche una tua personale stella danzante di Nietzsche che su tacchi a spillo balla la samba sull’aiuola di neuroni sculettando all’infinito fra le pareti che formano la stanza vuota del tuo cervello.
Perchè quel gran cornuto di Nietzsche dice come potresti farla nascere e tace il modo in cui dovresti farla crepare.
Non provateci mai con il whiskey, sarebbe un gravissimo errore.
La stella danzante ubriaca che vomita sull’ipofisi, la botte vuota e, colpo di grazia, la moglie sveglia e lucida.

Quando non si sposta in bicicletta, non usa di certo il biplano: giunge a piedi. Mario non va, giunge.
E quando lo fa tu vedi un cilindro barbuto, un metro e ottanta alto, un metro e mezzo di diametro. Busto eretto, pancia e ginocchia all’infuori, camminata come la pedalata.
Similmente a quella località di montagna con coscienza automotoria e sistema abs di cui s’intendeva Maometto.
Porta con sè una classica busta di plastica da clochard dove ripone ordinatamente le sue cose e ciò che recupera nei vari cestini della spazzatura, e veste semplice, largo e comodo.
Predilige le donne, ma si relaziona volentieri con tutti.

Ecco come funziona, glie l’ho visto fare milioni di volte.
Lo ha fatto anche con me, tanti anni fa, quando andavo al liceo ed il giorno della diplomatica espulsione dall’istituto era ancora lontana. Per grazia di Dio mi è stata donata una personalità fastidiosamente polemica e paziente, cosicchè negli anni riuscii a rifarmi: una volta lo tirai talmente scemo che con me ora fa solo discorsi brevi per timore di non riuscire più a riprendersi la parola. E’ uno snob.
Comunque, sia detto che gli voglio bene ma mi guardo costantemente le spalle.
Giunge nel pomeriggio ai giardinetti a fianco dell’edicola, su viale Marelli e fa di una panchina il giaciglio di un Buddha.
Recupera un giornale e legge.

E’ un luogo di passaggio, un piccolo quadrilatero ritagliato sul largo marciapiede del viale, pavimentato di ghiaia, sito all’angolo con una via che concede l’accesso alla piazza della chiesa. Ci sono sei panchine distribuite sui lati, ombreggiate da alberi che erano li prima ancora che noi venissimo al mondo; dalla panchina sulla quale lui siede, osserva e tiene sotto tiro il tratto di viale Marelli compreso fra l’edicola a sinistra ed il ristorante cinese all’angolo sull’altro lato della strada.
Di fronte c’è la vena principale, quattro corsie, due per senso di marcia, sulle quali scorre lo smog a passo d’uomo.
Guardando oltre il viale si notano l’Oviesse ed il bar Meteora, e, fra i due, la via pedonale coperta da una volta a botte in plexiglas, che garantisce l’accesso al supermercato.
Alle spalle di Mario, il tabaccaio e l’ingresso ad un locale serale sotterraneo, il “Rock House”, nato sulle ceneri di “Graffiti”. Cercarono seriamente di dargli fuoco all’epoca, ma i pompieri zelanti mandarono il piano in fumo.
Alla sinistra, oltre l’edicola, il benzinaio gommista ed il pasticciere. Da questa aiuola calpestabile, tanto il verde sta in alto oltre le teste, gli incidenti automobilistici si sentono ma non si vedono. Occhio non vede cuor non duole, ma orecchio sente e coglione gira. Accadono con una certa regolarità a sinistra, al semaforo a venti metri da qui che biforca il viale Marelli in se stesso a destra delle rotaie ed in un cavalcavia che passa a sinistra della ferrovia in direzione nord.
Oppure accadono a cento metri sulla destra, al semaforo sul confine con Milano dove viale Marelli si trasforma in viale Monza.

Questo è luogo di caccia grossa. Tutti passiamo di qua.
E’ facile che Mario agganci la signorina col cane mentre compra le sigarette, le giovani adolescenti che sfogliano l’edicola, gli incalliti giocatori che lasciano sangue sul poker elettronico del tabaccaio, gli anziani che parlano di politica del millenovecentoquaranta, e chiunque passi per questo marciapiede, qualsiasi motivo abbia per farlo.
Un tempo si avvaleva di un prezioso ed abilissimo aiutante, Pepito, un cagnolino svelto, sveglio e vispo, che teneva sempre con se in qualche tasca. Ora credo che Pepito non sia più fra noi, ma dovunque tu sia, divertiti, te lo meriti.

Quando aggancia, non sbaglia un colpo. La signorina con il cane trotta in direzione del tabaccaio, capello sciolto, occhiale scuro, vestito leggero, polpaccio puledro, caviglia stretta, scarpa dal tacco comodo. La sicurezza nel suo portamento, il ritmo nel suo andamento.
Mario sente l’odore, abbassa il giornale ed aguzza la miopia presbite. Il diaframma preme sui polmoni un costante, deciso vento lento che investe le corde vocali; esse reagiscono vibrando a basse frequenze. La signorina viene avvolta dal verbo nitido e baritonale.
Leone, dice, ascendente scorpione. Il cagnolino, una bilancia, femmina, è gravida e partorirà in settembre.
Oroscopo e Annunciazione.
In questo momento il concetto di tabaccaio risulta essere totalmente estraneo alla vittima. Lei è ora assolutamente certa di coincidere in questo posto, in questo momento, solamente per lasciare che Mario illumini quel buio che fino a questo giorno la signorina ha creduto essere luce. Sconcertata in un attimo, pensa e tace un pensiero talmente denso che tutti i presenti riescono ad udire, scorgendoglielo negli occhi.

Cristo Santissimo Io Sono Leone Ascedente Scorpione ed ho sperato tanto di essere giunta in tempo a staccare i rottweiler bavosi ed eretti dalla mia delicatissima dolcissima Puppy ed invece no cara puttanella sarai madre vieni qui ti voglio tanto bene lo so che li vuoi tenere ce la faremo vedrai.

Il suo palmo destro è già adagiato sulla grande mano zattera di Mario, e guarda il cielo. Una noce di burro su una lastra di ardesia al sole.
Il resto è come recitare a menadito il manuale del corso avanzato per il giovane esperto preveggente.
Partendo dalle linee della mano, un incredibile Mario incalza narrando con precisione la vita passata di lei.
Spacca addirittura giorno, ore e minuti della data di nascita, secondo il fuso orario di Bogotà, la sua personale Greenwich. Veramente, dico sul serio: chiedetegli che ore sono. Vi risponderà con l’orario di Bogotà, e voi andrete a controllare.

Con la signorina, durante l’oroscopo, si dimostra un galantuomo non solo perchè le tralascia i particolari sconci dei femminili momenti autoerotici adolescenziali, ma anche perchè sorvola volutamente sull’attuale comportamento sessuale promiscuo e casuale che lei mantiene quando, il martedì, si reca in piscina ad armonizzare la cellulite, senza il marito ma con i compagni del corso di cucina. Del giovedì.
Si concentra maggiormente sui successi professionali, con accenni positivi alla salute.
E’ tipico che dopo venti minuti lei senta premere forte la vescica. E’ oltremodo usuale che la sprovveduta non riuscirà a svuotarsi entro le prossime due ore, tempo medio di un monologo di Mario.

Cazzo di psicologo. Parla solo lui. Riesce a parlare pure quando inspira. Spinge a spallate il tuo io conscio in fondo ad una buia caverna muta e lì lo incatena che ti urla e ti ordina e ti implora di mandarlo affanculo, ma è troppo lontano, e riuscirai a sentirlo solo molto tempo dopo che sarai stata in bagno.
Letta la mano, la pranoterapia. Ti guarisce il dolore che lui dice che tu hai alla spalla mettendoci sopra la sua mano termoriscaldata.
Nel frattempo il suo essere paranoide borderline ti spiega di come sia costantemente spiato e tenuto sotto stretta sorveglianza dai servizi segreti, filmato, intercettato, imitato da una serie di sosia che commettono ogni sorta di reato col vano intento di incastrarlo. Ti guardi in giro e vedi che di gente come lui, c’è solo lui.
Prosegue interpretando e reinventando Nostradamus, la Bibbia e il Corano con la stessa agilità con cui Johnny B. Good strimpellava chitarra e campanello.
Chiosa con tortura pura: un’ opera in versi basata sull’apocalisse che crede di comporre da oltre anni dieci e che Dio solo sa se riuscirà a completarla prima che l’apocalisse giunga.
La conosce a memoria e ci tiene particolarmente a recitarla sfoggiandola dal principio.

La cagna ha le doglie, ciao, scappo, grazie mille, me la sto facendo sotto, ciao.

Non importa che il tabaccaio, nel frattempo, abbia chiuso il negozio: la ragazza si è dimenticata di essere una fumatrice. Per sempre.
Capita a volte che la vittima non fumi. Incomincerà.

E’ sera.
Questo è il modo in cui Mario raccontandoti di te, alla fine parla di sè, scoprendo tutto ciò che non sapeva di te. Perchè le uniche volte che riesci a parlare, lo correggi.
In questo crocicchio, uno fra gli endecasillabi più celebri è “Fatti i cazzi tuoi che campi cent’anni”, qualunque sia la casa in cui desideri tornare. Mario va per i sessanta, domicilio sconosciuto, e non credo gli freghi moltissimo di vedere i novanta, anche se la credibilità rasoterra di cui gode probabilmente gli darà una mano.

Al club dei tavoli verdi, la sera tardi, il commissario sdraia brandy on the rocks accompagnato da un uovo sodo mentre pensa a Mario, l’oracolo.
A breve, pensa, dovrà interpellarlo.