Prendi una macchina fotografica e scatta. Una macchina qualsiasi, digitale, pellicola.
Scarica sul computer, sviluppa.
Hai una foto in bianco e nero in mano. Tutto il set è già in bianco e nero, questa città è in bianco e nero.
Per essere veramente precisi, niente è veramente bianco o definitivamente nero. E’ grigio, mediamente contrastato. Non saprei dire cosa ne sarebbe stato del sistema zonale se Ansel Adams fosse nato e cresciuto da queste parti. Una scala fatta di tre spot, grigio medio compreso. Sarebbe rimasto un guardone al parco. Oppure avrebbe codificato il sistema proprio per colmare le lacune che ti si piantano davanti all’occhio nudo: là, dove il colore manca, ce lo metti tu.

Ho detto città. Intendevo metropoli, una mini metropoli in tre gradazioni di grigio.
Quelli non sono palazzi alti. Sono grattacieli bassi di vetro che riflettono il tetto grigio di nuvole fisse, un immenso diffusore di luce solare, un grande plafone che uniforma tutte le ombre, oltre il quale, si narra, ci sia il cielo blu.
Globalmente tira poco vento e gli odori si mischiano e appiattiscono verso il grigio medio. Il suv emette lo stesso profumo opaco del ristorante cinese che fumo la mattina, subito dopo la prima sigaretta.

Le campane di mezzogiorno suonano come il treno del pomeriggio, le ambulanze della sera, gli aerei della notte. Il rumore regredisce verso un tono omogeneo. C’è assuefazione. Solo il caos della nube di traffico mattutino punge le tempie e serve a dare la rotta al resto della giornata.
Freddina al tatto, puoi masticare la metropoli come una bistecca e subito dopo farci il palloncino come un chewin-gum. Quando scoppia, ricordati di pulirti le lische rimaste sulla guancia e prendi un sorbetto al caffè.
Posso trattarla così perchè mi appartiene ed io appartengo a lei. Ci amiamo.

E non chiamatela periferia: porterebbero a Roma tutte le strade se non passassero di qua? Potrei sbagliarmi, ma direi di no, perlomeno non la mia.
Siamo in sella a cavallo del confine, uno sperone di qua, uno di là. Dimmi se l’orizzonte sulla foto in vacanza al mare è fatto di acqua o di cielo, e prenditi pure tutto il tempo che vuoi.
E’ un crepuscolo in bianco e nero.

E così questa parte di mini metropoli fatta di grigi grattacieli bassi è più centrale del quartiere centrale, ad un chilometro da qui, verso nord est, dove comunque la gente non batte certo la fiacca in tema di colori: lo scenario è tipico su tutta la zona urbana della pianura, e forse oltre. Solo che questa parte di mini metropoli e puttanate varie è il crocevia, l’ombelico. Laggiù è provincia: un campanile, una piazzetta, un tabaccaio, una gelateria, un sindaco. Altro chilometro verso nord est e trovi la Stazione, la periferia. A nord, est e ovest la tangenziale, nome metropolitano che indica la periferia.
Prendi la foto satellitare di Google Maps e vedrai una striscia di grattacieli bassi ritratti dall’alto, trafitta nel centro da un segmento di rotaie rettilinee in direzione nord, nord-est. A sinistra della ferrovia vedi lo stadio. Ingrandisci e si sfoca. A destra, il cimitero.
Queste foto la Nasa non le scatta tutti i giorni, ma testimoniano comunque chiaramente che da queste parti uno o due giorni all’anno splende il sole, l’aria è tersa, i colori accesi e le ombre dure, i treni in ritardo, gli arbitri cornuti, i morti morti, che riposino in pace. E che tutto ciò che dirò, nonostante il tono deciso e saccente, converrà prenderlo al novanta percento.

E’ come essere a Manhattan, solo molti più cattolici, grattacieli molto più bassi, non è un’isola, e niente mare. Quindi no, non siamo a Miami. Il tornado che renderà perennemente grigia la California deve ancora formarsi, niente San Francisco, Santa Monica, Beverly Hills. Potrebbe essere Londra, ma non piove tutto l’anno, non è una monarchia, sui tabloid meno prìncipi ubriachi, decisamente più donne nude. Questa mini metropoli è sullo stile di Parigi, senza le baguette nude sotto le ascelle pelose, ma con un aggeggio che assomiglia al water posto a fianco al water. Roma. E’ Roma. No, non è Roma: le nostre rovine risalgono al massimo al secolo scorso; nel centro formale c’è un campanile, non il Papa. Tangenziale e non Grande Raccordo Anulare. Barcellona: no. Torino, Berlino, Mosca, Tokyo, Pechino, Shanghai, Lima, Rio, Seattle, Napoli, Verona, Praga, Venezia, Tunisi, Marrakech, Tahiti, Sydney, Bombay.
No no no no no no no no no no no no no no.
Milano. Quasi.

Il luogo di cui parlo, dove la metereopatia se non ti uccide, ti rafforza, è il fulcro di un crimine, atroce ed efferato. Eppure non lo diresti mai, vuoi per il tipo di metropoli che profuma tanto di kebap, peperonata, risotto e bordeaux quanto di vodka, cotoletta, mariuana e copertoni bridgestone, vuoi per il tipo di crimine, per il quale normalmente non ci sarebbe proprio un cazzo da ridere - è gente uccisa, cristo santo - ma passando sotto le finestre del commissariato di polizia, quel palazzo dipinto di lungimirante grigio che fa angolo, puoi sentire l’ispettore assegnato al caso scompisciarsi dalle risate per via di certe circostanze relative alla faccenda. Poi piange, s’incazza di brutto. Capisce che venirne a capo non sarà semplice quanto una barzelletta. Questo gli fa tremare il culo.
A quanto pare un tantino di colore salta fuori. La natura sa sempre cosa fare per ripristinare gli equilibri, seppur cromatici.

Un gran cazzo di crimine del cazzo, insomma, ed è adorabile recitare questi endecasillabi canonici tipici del luogo. Nello specifico questo è uscito ‘a minore’: il primo epistichio è un quinario, il secondo un settenario. Lo schema ritmico è anapestico, quello del tipo 3-6-10, per intenderci. Il tutto è farcito da una figura retorica che qui, nei circoli letterari dei tavoli verdi, è conosciuta come il chiasmo a cazzo o cazzo di chiasmo, definizione autosufficiente a spiegarne l’impianto e la particolare complessità. Ne vengono utilizzate moltissime altre da queste parti, quotidianamente, e serviranno tutte, volente o nolente. Non sono state totalmente inventate o codificate in questo luogo, in questo tempo, ma poco importa: un laureato in Filosofia non ha necessariamente inventato la Filosofia; allo stesso modo, chi più chi meno, contiamo innumerevoli laureati in Poesia.

Comunque La Persona Informata dei Fatti si sente in obbligo di riportarli esattamente così come stanno accadendo; e di solito, i fatti, quelli reali, intendo, accadono proprio a parolacce e poetiche oscenità. Questa tragedia, questo inevitabile, maledetto, giustificabile tragico crimine, non farà eccezione.
Bene, ora tutti in posa; aggiustatevi il ciuffo, la cravatta, la permanente, il perizoma.
E sorridete, per Dio, siamo nel ventunesimo secolo a Sesto Marelli.
Click.